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Genesi. Lentezza e velocità di Sebastiao Salgado

/ Copertina: Il ritratto e lo specchio, Art&Art, n°62, febbraio-marzo 2016

Articolo dalla rubrica La foto sulla schiena, Art&Art, n°63, aprile-maggio 2016

Un fotografo può essere naturalmente incline solo a uno fra due atteggiamenti possibili: quello veloce o quello lento. L’atteggiamento veloce pone il fotografo davanti alle cose come di fronte ai fuochi d’artificio. La realtà gli si mostra in un lampo sotto forma di esplosione e, un attimo dopo, una miriade di frammenti lo investono per farsi catturare, come scintille provenienti da ogni luogo. La caccia alle scintille è spasmodica e febbrile, spesso perché ha i secondi contati, altre volte perché la sua attenzione è stressata lungo infinite direzioni. In questa pressione spazio-temporale risiede il piacere dell’atteggiamento veloce, che è ciò che accomuna lo street photographer, il documentarista, il fotogiornalista e infine il paparazzo. Ciò che li differenzia è l’ampiezza del raggio del loro interesse. Il fotografo lento, invece, mira all’ingrandimento su scala astronomica di un singolo aspetto. Per lui la caccia inizia molto prima di scattare. Giorni, mesi, addirittura anni a caccia di un dettaglio che, una volta colto, deve essere rivisto in determinate condizioni, accuratamente setacciato e infine distillato in un’unica fotografia. In tale distillazione risiede il piacere dell’atteggiamento lento che appartiene al fotografo paesaggista, sia naturalista sia urbano, così come, in una certa misura, al fotografo da grande set (in stile LaChapelle per intendersi). Ciò che distanzia quest’ultimo dagli altri è il fatto che il dettaglio, per lui, è ricreato su un set che diviene laboratorio secondo regole ancora più stringenti, in un luogo e in un tempo separati.

È tempo sprecato tentare di stabilire quale delle due vie sia più affascinante, e va aggiunto che frequenti sono le incursioni di fotografi veloci in territori lenti e viceversa. Si pensi ad esempio ai numerosi e incantevoli paesaggi del velocissimo McCurry, o alle prime narrazioni documentaristiche del lentissimo e giovane Kubrick. Ma, se riferita al lavoro di Salgado, l’idea stessa di incursione appare inadatta, perché la verticalità del suo impegno di artista e di testimone del mondo, la disciplina e l’ardore con cui ha addestrato se stesso tanto alla velocità quanto alla lentezza, lo rendono un maestro in entrambi gli approcci. 

Sebastião Salgado, brasiliano, classe 1944, è un fotografo dai sensi (tutti e sei) particolarmente affinati che hanno costruito sui suoi passi una vita da romanzo. Inizialmente proiettato verso una carriera da economista, con una laurea a São Paulo e un lavoro già avviato in Europa, incontra la fotografia e muta se stesso repentinamente e senza indecisioni in un fotoreporter. La preparazione politico-economica di cui dispone finisce con naturalezza al servizio dell’indagine fotografica, e questo slittamento di prospettive è il primo indizio di una personalità poco incline a calcificarsi lungo le rotte suggerite dai test attitudinali. Altro indizio: nel 1994, dopo una collaborazione di circa quindici anni, abbandona l’Agenzia Magnum. Lavorare per la Magnum significava, allora molto più di oggi, essere nell’Olimpo. Uscirne, per quanto possa non essere poi così perfetto come si dice, richiede una notevole chiarezza d’intenti. Quando nel 2003, dopo un periodo di profonda crisi, di “malattia dell’anima” come lui stesso la definisce, decide di dedicarsi ad un progetto di natura completamente diversa dal fotogiornalismo, “l’ode visiva alla bellezza e alla fragilità della Terra” che sarà Genesi, nei suoi collaboratori nascono non poche perplessità. “Ma come, dopo tutto quello che hai fatto ti dai al paesaggio?”, gli avrà detto qualcuno storcendo il naso. Serpeggia infatti ancora oggi il pregiudizio secondo cui la fotografia di paesaggio sarebbe un genere un po’ per tutti, con poco margine di innovazione, poco impegnato e soprattutto troppo lento per l’indole e la carriera di un fotoreporter. 

Ma, come c’era da aspettarsi dal lavoro di un uomo che non è fuori dagli schemi ma più esattamente ne è privo, Genesi si è offerto al mondo con l’irruenza di un segreto rivelato. Non occorre molto tempo per accorgersi che i paesaggi di Salgado stanno altrove rispetto a quelli di qualsiasi altro autore; la diversità non sta solo nella tecnica, nemmeno solo nella monumentalità dello sforzo, ma in entrambe, accompagnate da una disposizione d’animo che non solo osserva, ma ancor più abbraccia, accoglie e a tal punto ama da fondersi con tutto ciò che le si trova di fronte. Ciò che suscitano le immagini di Genesi è un sentire antecedente alla codifica delle emozioni, è qualcosa di più antico dell’idea di perfezione e di panico. È il silenzio di una mente in contemplazione. Certo un osservatore impreparato, davanti all’immagine di un pinguino che da un iceberg si tuffa nell’oceano, potrebbe non resistere all’impulso di esclamare “quanta poesia!”, “che tenerezza quel pinguino!”, esattamente come accade ammirando altre fotografie diverse ma ugualmente mozzafiato. Ma in questo caso, subito dopo, sarebbe costretto a rendersi conto di tutta l’inadeguatezza della sua stessa emozione di fronte alla potenza di uno sguardo nuovo. L’assenza di preconcetto e di pregiudizio è totale, così come non c’è traccia di qualsiasi codificazione culturale riguardo alla bellezza. Nei ritratti queste assenze di riferimento diventano addirittura ruvide e illeggibili per l’osservatore occidentale. Quei volti, da cui traspaiono sentimenti a cui non abbiamo mai dato un nome, rendono spesso impossibile l’immedesimazione e fanno sentire scomodi, inadeguati, come seduti su una sedia che scotta. 

Genesi è la testimonianza di un modo tanto nuovo quanto antico di stare sulla Terra, di guardare ad essa senza cadere nella rugginosa dialettica uomo-natura che, a seconda degli umori delle epoche, vede trionfare l’uno o l’altra. In Salgado tutto semplicemente sta. In quiete. Anche l’uomo, la donna, il bambino. Una quiete senza tempo che ricorda, se è possibile, quella di un arco teso fino all’attimo prima che la freccia scocchi, e non certo quella di una stoffa ripiegata in un cassetto.

L’opera di ogni artista è il risultato del suo viaggio in certi luoghi profondi e paludosi dell’esistenza, ma alcuni uomini riescono a scendere così tanto nel dolore che quando di rimbalzo si trovano a visitare le zone alte, nulla è di ostacolo alla loro gioia.

© Giusi Lorelli. Tutti i diritti riservati

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