Autore: Giusi

  • La famiglia

    LA FAMIGLIA

    Brutti sporchi e cattivi, Ettore Scola, 1976


    Ci si fa del male come in famiglia, nella certezza di non essere mai espulsi per il male, a patto di poterlo esercitare tutti a turno e a patto che poi venga dimenticato. C’è chi è sadico e chi è masochista, tutti lo sanno, tutto funziona. Confortevole, ben noto malessere. Ah, la famiglia tradizionale, che dio la benedica e la patria la difenda.

    © Giusi Lorelli. Tutti i diritti riservati.

  • Everybody is half dead

    Everybody is half dead


    EVERYBODY IS HALF DEAD, Everybody avoids everybody. All over the place, in most situations, most all the time. I know, I’m one of those, everybodies, and to me it is terrible. And so all I’m trying to do all the time is just open people up so they can feel themselves and let themselves be open to somebody else. That is all. That’s it.

    Nina Simone

    © Giusi Lorelli. Tutti i diritti riservati.

  • Meglio del freddo dentro

    Meglio del freddo dentro

    MEGLIO DEL FREDDO DENTRO

    Ci sono giorni in cui tutte le porcate che mi sono state dette da bambina sul da farsi da grande, sulle cose buone e cattive, con quella cialtroneria rosa, bonaria e bovina tipica degli anni 80 e 90, ancora mi provocano rabbia e dolore. Non parlo di politica o scienza in cui non ho la minima competenza, ma di senso della vita, di avvenire, di sentimenti di libertà, giustizia e amore. In realtà non mi è stato insegnato nulla al riguardo, mi è stato lanciato in faccia un fosforescente “fai tutto quello che vuoi”, progenitore del vomitevole “segui il tuo sogno” che buttati lì come un asso pigliatutto nascondono disinteresse e colpevole inadeguatezza.

    Esperienze spazzatura. Fallimenti taciuti in solitudine. Diffidenza, ambizione come unico motore, resa finale incondizionata a una sicura mediocrità. E ancora giovani ma emotivamente e sentimentalmente secchi, chiusi a qualsiasi impulso vitale, brutalmente conservatori se non proprio reazionari anche mentre urliamo libertà, siamo un pasticcio orrendo.

    Ingannata su più piani, a 42 anni suonati odio ancora gli adulti come 20 anni fa, quando di botto, con ritardo e stupore mi accorgevo di odiarli, e se non fossi adulta oggi, in questo inferno orripilante di mondo, non so cosa farei, forse mi arruolerei e andrei a farmi ammazzare da qualche parte nel mondo per una ideuzza qualsiasi.

    Meglio del freddo dentro.

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  • Il poker della domenica

    IL POKER DELLA DOMENICA

    Giancarlo Giannini, Monica Vitti, Marcello Mastroianni in Dramma della gelosia di Ettore Scola


    Ci sono quelli che in mano hanno una coppia di due e quelli che hanno un colore. Di solito quelli sciatti e inaffidabili, opportunisti o sabotatori hanno la coppia di due anche se non è sempre vero il contrario. Poi ci sono quelli con la scala o il full, sereni ma non troppo, che se ne stanno tra loro in una eterna bonaccia. Quelli col poker o la scala reale non li ho mai visti e sinceramente dubito della loro esistenza. Infine ci sono loro, sempre su una qualche soglia, poetici, raffinati, i miei preferiti: quelli col tris.

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  • Chi è KA?

    Chi è KA?

    / Copertina: dal libro Ka di Roberto Calasso

    Tutto il mio lavoro, e Ka in maniera ancora più convinta e strutturata rispetto al passato, trae la maggiore ispirazione dalle antiche cosmogonie, dal loro misterioso potere rivelatore e dal loro essere al contempo memoria e predizione.

    Il titolo stesso è un preciso riferimento all’omonimo libro di Roberto Calasso, un’opera molto difficile da definire e che potrebbe forse essere descritta come un viaggio inedito e disarmante attraverso segmenti di mitologia vedica.

    Il mito, che spesso viene consegnato alle nuove generazioni come un affascinante quanto rozzo racconto di popoli primitivi, è invece da riscoprire e rileggere come il serbatoio più profondo e vitale della storia. Ne è la pietra angolare.

    La nostra civiltà, allo stato attuale, è incapace di produrre mito. Questo per me è il sintomo doloroso di un disordine, nonché la conseguenza dell’incapacità di guardare a se stessi come parte di un flusso infinito; in ultimo, è la prova di uno scollamento dalle radici che svuota di senso ogni sguardo sul futuro.

    Recuperare una visione mitica è lo scopo del mio percorso. Ogni singolo lavoro, lungi dal presentare personaggi definiti o dal narrare antiche storie, cerca invece di ricordare degli impulsi profondi, degli stati senza tempo. Di sfavorire l’analisi come unico strumento di lettura della realtà. Di interrogare i misteri più profondi e perciò irriducibili dell’esistenza.

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  • Canto di mani vuote

    Canto di mani vuote


    Canto di mani vuote è una serie di 12 immagini realizzate nei mesi di marzo/aprile 2020 durante la quarantena imposta dalla pandemia di Covid-19. Si tratta di un lavoro diverso dai precedenti, così come diverso è lo stato d’animo in cui è stato realizzato. Il tema è il contatto, non solo la sua assenza come è logico supporre, ma soprattutto le diverse sfumature che rimangono del toccare. Lambire, strisciare con pudore la punta di un solo dito, toccare senza riconoscere, interrogare i segni lasciati dalle cose su di noi; mani ripiegate, dementi, infantili. E poi il riposo forzato, l’attesa uguale allo scoccare dell’ora, lo sgomento nel sentire le proprie percezioni mutare in tempi brevi, l’insignificanza di ogni azione non condivisa. La mancanza della pelle degli altri; la pelle delle mani, dicono, è come una trappola. La barzelletta per cui ognuno si porta dietro la propria trappola. La nostalgia di afferrare qualcosa senza pensieri e la burla del vento che invece smanaccia ogni cosa entrando gioioso dalla finestra.

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  • Giovanni Novaresio-Focus on Somalia Fotografie 1954-1958

    Giovanni Novaresio-Focus on Somalia Fotografie 1954-1958

    / Copertina: locandina della mostra Giovanni Novaresio-Focus on Somalia Fotografie 1954-1958, dicembre 2019

    Di Claudia Andreotta.

    La mostra Giovanni Novaresio Focus on Somalia fotografie 1954 1958, a cura di Claudia Andreotta e Giovanna Novaresio, porterà per la prima volta alla luce parte dell’archivio fotografico dell’artista maestro dell’avanguardia genovese. Dal 1954 Novaresio soggiorna ripetutamente in Somalia che diviene una seconda patria e che gli ispira le sue opere più caratteristiche. In questa occasione paesaggi, giovani somale, pastori, guerrieri non sono opere pittoriche, ma fotografie: sarà infatti visibile una serie di scatti mai esposti prima e per la maggioranza inediti, stampati da negativi originali ritrovati in un deposito. Non si tratta di soggetti “da cartolina”; le fotografie Novaresio sono infatti basate su di una solida concretezza formale, senza facile esotismo. Completano la mostra, realizzata in collaborazione con l’Adac, Archivio di Arte Contemporanea dell’Università degli Studi di Genova, Art Nomade Milan, Fondazione Garaventa e Progetto Per Questo Mi Chiamo Giovanni, i lavori di due fotografi genovesi, Luigi Fogliati e Giusi Lorelli, che hanno reinterpretato l’opera di Giovanni Novaresio.

    Il titolo stesso dell’esposizione vuole essere una riflessione sul paese africano, giocando sull’ambiguità del termine “focus”, che certo si riferisce tecnicamente ad una delle funzioni dell’obiettivo fotografico, ma che ha anche il significato letterale di “concentrarsi”, “focalizzare l’attenzione”; attenzione che in modo diverso due fotografi genovesi, Giusi Lorelli e Luigi Fogliati, hanno rivolto alle opere di Giovanni Novaresio, interpretando secondo il proprio linguaggio espressivo le immagini dell’artista. Pur testimoniando un forte richiamo alle forme e ai contenuti dai quali hanno tratto ispirazione, questi lavori raggiungono esiti di notevole originalità e rappresentano un contributo innovativo. Luigi Fogliati sovrappone fisicamente e metaforicamente materiali d’archivio (fotografie e documenti personali, schizzi, ecc.): ciò che è stato cronaca si fa storia dell’avventura individuale, con un più lirico intimismo dove l’accumulo delle testimonianze si sublima in un incontro tra l’artista e la sua opera (riprendendo il tema del doppio più volte affrontato da Novaresio). Giusi Lorelli, avvolge le figure delle giovani somale in un turbine di apparente, fragile vaporosità che ad un secondo sguardo comunica tutta la forza dei quattro elementi naturali: acqua, fuoco, aria, terra, si uniscono nel femminile, che ne rappresenta la summa, la “quintessenza”. La presenza in mostra di questi due artisti contemporanei sottolinea il legame tra Giovanni Novaresio e le nuove generazioni, ribadendo l’importanza storico-artistica della sua opera.

    Guarda la gallery di Omaggi a Novaresio

    © Claudia Andreotta. Tutti i diritti riservati.

  • Pseudomorphika

    Pseudomorphika

    In mineralogia si ha una pseudomorfosi quando un minerale si trasforma in un altro mantenendo inalterata la propria composizione chimica. Allo stesso modo le opere che compongono il progetto Pseudomorphika hanno la “composizione della fotografia” senza esserlo, ne hanno la tecnologia ma non il linguaggio e le figure umane che ritraggono esistono ma in maniera differente da come appaiono.

    Alla base della ricerca che ha condotto a questi esiti sono alcune domande che anni fa si sono imposte con urgenza nel mio lavoro di fotografa: fino a che punto si può descrivere un fenomeno fotografandolo? Fino a che punto è utile analizzare? Si può essere realmente oggettivi? Che cosa manca in un’immagine identica alla porzione di realtà che ritrae? Sebbene artisti come Cartier-Bresson e Salgado mi avessero dimostrato ampiamente la possibilità di un fotografare poetico pur nella limitata oggettività del mezzo tecnologico, improvvisamente ho avvertito il pericolo dello sguardo eccessivamente analitico sulla realtà che la fotografia stava e tuttora sta contribuendo a normalizzare. Uno sguardo che moltiplica all’infinito un dato superficiale ma smette di indagare nel profondo, che insiste sull’individuo nella società ma tralascia l’uomo, tagliando definitivamente i ponti con qualsiasi tradizione artistica e filosofica. Considerando invece ancora vitali gli interrogativi archetipi sull’esistenza, il mistero dell’essere vivi e del morire e l’ambiguità sostanziale di ogni fenomeno, ho deciso di provare a piegare il mezzo fotografico a queste istanze. Sul piano tecnico si sono quindi rese necessarie due operazioni: ampliare le competenze includendo le tecniche di manipolazione e pittura digitale; codificare un linguaggio che non rischiasse di confondersi con l’illustrazione o con il genere fantasy. Non si tratta infatti di immaginare altre realtà disinteressandosi dei problemi pratici del mondo, che vanno affrontati in ben altri modi e contesti, ma di recuperare uno sguardo conscio su quel confronto con il multiforme e l’inconoscibile da cui da sempre origina l’esistenza. Uno sguardo che sembra oggi totalmente assorbito dall’analisi minuta dei fatti di attualità e che, a mio parere, è alla base delle innumerevoli distorsioni della società che abbiamo creato.

    Attualmente tale percorso di ricerca è testimoniato principalmente da due serie di opere: Rivoluzionario passo zero, conclusa nel 2018 e più volte esposta, e Ka, serie inedita iniziata nel 2019 e tuttora in lavorazione. Pseudomorphika raccoglie da questi due momenti distinti i passaggi salienti soprattutto in relazione al trattamento del corpo e del volto, che vengono fotografati e poi ricostruiti “pseudomorficamente” secondo norme via via sempre più strutturate, col preciso intento di dar forma a figure che possiedano i tratti fondamentali dell’ambiguità, dell’incerta e controllata verosimiglianza, indispensabili a esprimere quegli impulsi originari dell’agire umano che costituiscono il fulcro tematico dell’intera produzione.

    Guarda la serie di lavori di Pseudomorphika

    © Giusi Lorelli. Tutti i diritti riservati.

  • La rotta per l’in(certo)

    La rotta per l’in(certo)

    / Copertina: Klaus Kinski in Fitzcarraldo di Werner Herzog

    Di Claudia Andreotta

    L’approccio all’arte di Giusi Lorelli nasce imprescindibilmente da un dubbio: l’innegabile potenza attrattiva delle sue opere irrompe con l’inevitabile domanda “Dipinto? Fotografia?”. È così compiuto il “passo zero” verso il vortice dell’indeterminato, in un cosmo che fonde suggestioni barocche e violente, dense di tensioni emotive, trasfigurate in una rarefatta ma lucida poesia. Non si tratta tuttavia di un viaggio verso mondi altri, ma di una immersione totale nella primigenia condizione agonica dell’uomo: il confronto con il multiforme, spaventoso “sfidante” nell’eterna lotta verso la consapevolezza di sé. L’uso controllatissimo di mezzi tecnici e linguistici, senza enfasi o retorica, conduce in un percorso verso l’inconoscibile: non un vagabondaggio senza meta, ma una vera e propria rotta stabilita nella direzione esatta di un fioco lucore, “anteprima” del vero io oltre le tenebre. Una ricerca pervicace sugli interrogativi archetipi insiti nell’uomo che mai trova risposta né nell’illusione illuministica della razionalità sovrana, né nell’elusio- ne obnubilante di mistici abbandoni. Le questioni poste, suscitate anche da esperienze intimamente personali, vengono sfrondate da ogni elemento individuale per traslarsi in universalità, in una urgenza indifferibile di interrogarsi. Il Rivoluzionario passo zero – emblematico titolo che racchiude senso e significato delle più recenti opere dell’artista (2014-2018) – dinanzi alla caduta delle certezze decide di lottare con l’ignoto, con- scio di voler vivere un’esperienza destabilizzante alla ricerca del sé, ma senza poter immaginare la forma del pericolo al quale intende per sua scelta esporsi.

    Giusi Lorelli ritrae il momento sospeso, il “passo zero” che precede l’inizio della battaglia, rendendo palpabile la vibrazione emotiva di una situazione della quale non è scontato l’epilogo vittorioso. Anche lo spettatore deve soffermarsi, abbandonando ogni conoscenza pregressa: il linguaggio stesso di queste opere è infatti “rivoluzionario”, spesso con significati opposti all’iconografia classica. E se il dubbio iniziale si risolve in favore della fotografia, permane, a livello interpretativo, un senso di non ri- solto: il recupero della dimensione personale dell’esistere è fatto irripetibile con uguale modalità per due individui diversi. L’artista indica il solo itinerario percorribile, ma non può fornire indicazioni: certa la rotta, certa la destinazione, (in)certa la natura del viaggio nell’anima.

    © Claudia Andreotta, Giusi Lorelli. Tutti i diritti riservati.

  • Intervista per OverThere Magazine

    Intervista per OverThere Magazine

    Intervista di Simona Ingrassia per il magazine OverThere.it, in occasione della mostra SensArt: Arte a Palazzo, Palazzo Gallio, Como.

    Come nasce questa tua passione per la fotografia e i montaggi grafici?
    Grazie a voi per l’interesse che state mostrando per il mio lavoro.
    Mi sono avvicinata alla fotografia circa vent’anni fa per pura curiosità. A quel tempo però ero più interessata al video e al teatro e per la fotografia non rimaneva molto tempo. Un giorno però ho sfogliato il libro Hotel LaChapelle del fotografo David LaChapelle e la mia passione è letteralmente esplosa.

    Cosa ti ha spinto a fare fotomontaggi?
    All’inizio l’idea di fermare “l’attimo di assoluta verità” era il mio chiodo fisso e la street photography il mio genere d’elezione. Presto però mi sono accorta che c’era sempre qualcosa che mi sfuggiva e che le fotografie erano insufficienti rispetto al mio sentimento della realtà. Inoltre il fatto di avere sempre la macchina al collo, di voler fotografare ogni cosa mi aveva reso rigida, non riuscivo più a guardare il mondo semplicemente. Così per circa un anno non ho più fotografato se non strettamente per lavoro. Durante questo periodo di riflessione, ispirata anche da altri artisti come Maggie Taylor, ho capito che era possibile stravolgere e arricchire il linguaggio fotografico, così ho iniziato a studiare le tecniche di fotomontaggio e disegno digitale alla ricerca di un nuovo stile. Da quel momento ho anche deciso di dividere la mia attività di fotografa in senso classico da quella di artista visuale.

    Ho visto che hai una grande passione per la letteratura. Cosa ti ha ispirato di certe opere?
    Letteratura e pittura sono punti di riferimento imprescindibili per me. Le opere che più mi colpiscono sono quelle che fanno nascere in me una sorta di nostalgia e che mi strappano dalla ripetitività del quotidiano e accennandomi significati più profondi sulla vita.

    Ho notato che ti sei innamorata del lago di Como, che io considero la mia seconda casa da anni. Quale luogo ti ha colpito di più di questo luogo così affascinante?
    Purtroppo ho avuto poco tempo per visitare la zona come avrei voluto e mi sono limitata ai dintorni di Gravedona. Amo molto le chiese e quelle di Santa Maria del Tiglio e di Sant’Eusebio e Vittore mi hanno impressionato molto.

    A guardare i tuoi montaggi vengono in mente anche diverse opere cinematografiche. Magari sono fissata io ma vedo diversi elementi di fantascienza e fantasy nelle tue immagini. C’è qualche film che potrebbe averti aiutato a crearle?
    Non sono molto legata a questi due generi ma mi rendo conto di alcune affinità tra il fantasy e i miei lavori (il simbolismo, l’invenzione di creature mitiche, gli spazi surreali). Del resto non si può stare al mondo senza somigliare a qualcosa. Sto però molto alla larga dall’iconografia fantasy più classica e dalle tavolozze cromatiche più tipiche, proprio per non innescare un rimando immediato che è fuori dalle mie intenzioni e dal mio vissuto. Ciò che non amo di questi due generi è che creano un universo compiuto e parallelo in cui è facile fuggire e rifugiarsi. A me invece interessa creare squarci stretti e profondi che non permettano di essere “abitati” ma che al massimo possano essere frequentati per brevi momenti alla volta. In Vigilia del ritorno parlo proprio di questo: la protagonista è intenta a compiere un passo all’interno di uno spazio astratto, meditativo, ma già un attimo dopo dovrà ritornare nel mondo a consegnare il frutto di questo sforzo. Non si può rimanere troppo tempo nelle profondità interiori, sono luoghi di ricchezza ma anche di follia.

    Della tua presentazione nel sito mi ha colpito molto una parola che io amo “empatia” perché credo sia la base della convivenza civile e dell’amore per il prossimo. Vorresti raccontarci come entri in empatia con i tuoi clienti? Ovviamente non ti chiediamo di violare la loro privacy. Questa tua caratteristica sembra emergere molto dalle tue foto, come se i soggetti, veri o immaginari, fossero in qualche modo tuoi amici.
    Nella vita di tutti i giorni entrare in empatia significa entrare in uno spazio comune di profonda accettazione in cui si porta con sé solo rispetto e desiderio di ascoltare. Ciò che cambia nel contesto lavorativo è che la precedenza assoluta nell’essere ascoltato appartiene al cliente. Quest’ultimo dal canto suo, scegliendoti come fotografo, ti affida la propria immagine di sé che, per realistica o distorta che sia, è la cosa più importante che possiede. È un gesto di grande fiducia.

    Ho notato che lavori parecchio virando le immagini in bianco e nero. Personalmente parlando, sono una fan del bianco e nero, trovo che impreziosisca le immagini, le renda più profonde. Tu cosa ne pensi in proposito?
    Uso molto il bianconero nella fotografia commerciale su commissione (ritrattistica, documentari), non nella produzione artistica. Sono due mondi che tengo ben separati. Non perché nella fotografia commerciale non ci sia una componente artistica o nell’arte non si debba avere un risvolto commerciale. Sono semplicemente approcci che partono da presupposti diversi. Detto questo il bianconero ha la facoltà affievolire molto la percezione del tempo e in parte anche quella dello spazio. I soggetti e le azioni acquistano quindi un inedito tratto di libertà e assolutezza, e diventano, per così dire, poetici. Il colore invece è più intrattabile, disordinato, ribelle. Richiede uno severità compositiva maggiore, una competenza più approfondita nella postproduzione e non perdona la minima disarmonia. Non intendo dire il bianconero sia più semplice, come potrei dirlo pensando all’opera immane di Salgado, ma il colore lancia una sfida che mi riguarda di più.

    Qual è il soggetto che ti è sembrato più difficile da ritrarre? C’è stato mai un momento in cui ti sei detta: no, ok questo non lo fotografo. E perché?
    Per anni il mio soggetto tabù è stata la mia città, Genova. Non riuscivo a ritrarla in alcun modo. Mi è capitato decine di volte di uscire con macchina alla mano e non fare neanche uno scatto. Credo che accadesse perché non ero veramente in risonanza con ciò che mi stava intorno, uscivo di casa con una idea fissa e pretendevo che l’ambiente mi fornisse tutti i mezzi per realizzarla. Mi sono dovuta allenare molto per scrollarmi via dagli occhi le foto dei grandi maestri.
    Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non riesco a fotografare il dolore e più in senso lato la cronaca.

    Parole tue testuali: “Photoshop è il mio parco giochi” e, se da una parte sospiro e capisco cosa intendi dire perché effettivamente quel programma fa cose che io con il mio umile Gimp mi sogno la notte, dall’altra parte sorrido maliziosa. Mi chiedo e ti giro la domanda: ma davvero è sempre andato tutto bene? Niente crash improvvisi mentre stavi facendo qualche manipolazione difficile? Mai capitato di dover rifare qualcosa da capo perché non ti convinceva il risultato finale?
    I guasti informatici sono l’incubo di chiunque lavori al computer ed io non faccio eccezione. Salvo molte fasi intermedie del lavoro in modo da scongiurare il rischio di dover ricominciare da zero in caso di crash, ma se accade pazienza.
    Il fatto invece di ricominciare perché il risultato finale non soddisfa è praticamente la norma. Sono rare le volte in cui tutto fila liscio alla prima. Trascinare nella realtà un’immagine che si è formata nella mente è un processo delicato e lento per me. Devo fare in modo che ogni passaggio sia costruito con cura, severamente. Al minimo squilibrio in fase di costruzione, l’immagine che ho in mente rischia di svanire.

    Hai un effetto grafico, o una elaborazione particolare, un psd o qualcosa di simile che puoi definire come parte integrante del tuo stile e di cui non puoi fare a meno?
    Nel corso degli anni ho elaborato alcune combinazioni di settaggi che tengo come traccia utile alla partenza di un lavoro ma poi ogni opera ha un suo particolare sviluppo tecnico che rende il percorso diverso ogni volta.

    Quando fai una elaborazione grafica sei sempre sicura di che effetti, pennelli, texture, saturazione, luci etc etc usare oppure vai a caso a seconda di quello che vedi sul momento?
    A livello tecnico l’opera è qualcosa che si cerca, che si costruisce andando a tentoni, non si può mai essere sicuri di nulla. Quando inizio un lavoro nuovo ho un’immagine davanti agli agli occhi e ho ben chiaro che cosa voglia significare ma è come l’immagine di un sogno, molte sue parti sono sfumate, quindi calarla nella realtà richiede molti tentativi e molta pazienza. L’opera pretende dall’artista un lavoro di scavo non indifferente.

    C’è un artista che ti ha ispirato nel tuo modo di fare grafica o anche solo che ti ha colpito così tanto da aver influito pesantemente sulla tua visione delle immagini?
    La grafica ha un linguaggio chiaro, matematico, efficiente nel veicolare un messaggio semplice. Il linguaggio che uso io invece è simbolico, ostico e non veicola contenuti semplici. Se dovessi definirlo direi che è un linguaggio pittorico che sfrutta tecnologie fotografiche. Ci sono stati sicuramente artisti che mi hanno ispirato e aiutato moltissimo a trovare una mia strada e sono la già citata Maggie Taylor, Jerry Uelsmann, Andrzey Dragan e Jan Saudek per quanto riguarda il mondo della fotografia.Tra i pittori Bruegel, Cranach, Gerome, Dalì e i Preraffaeliti.

    © Giusi Lorelli. Tutti i diritti riservati.

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