Da anni innovazione è la parola feticcio che campeggia in ogni progetto e slogan, la prima voce nelle agende culturali, la promessa di qualsiasi programma elettorale. Una risposta pretesa ancor prima che venga posta la domanda, un dogma mascherato che ha sostituito la richiesta di senso, valore e direzione condivisi.
Ho immaginato l’Innovazione come una figura allegorica: sacra ma non divina, ostile perché espressione del potere. L’ho raffigurata in divisa, a metà tra un ufficiale e una sacerdotessa. Porta ancora addosso il volto militare della sua origine — perché anche la più piccola invenzione domestica nasce da tecnologie pensate e testate per la guerra — ma si diffonde con il tono indiscutibile della fede. Non è un alto grado, tutt’altro: la piramide gerarchica al suo fianco ci ricorda che occupa l’ultimo scalino, quello del buon burocrate del Progresso infinito, la vera essenza del mondo moderno.
Attorno a lei ondeggia la catena, suo attributo principale. Non è una catena che stringe o imprigiona: è formata da 0 e 1, i bit del linguaggio binario, simbolo di semplificazione estrema. Innovare per innovare, infatti, significa proprio cedere a una visione mutilata e antipoetica del mondo che riduce presente, passato e futuro a una serie infinita di combinazioni e ripetizioni, senza sfumature e complessità.
I suoi occhi piccoli e semichiusi, come a mettere a fuoco qualcosa di lontanissimo, guardano un futuro che non occorre distinguere chiaramente, perché non appena sarà realizzato verrà immediatamente superato. Ai suoi lati appaiono le due Martiri: Senso e Desiderio, sacrificate sull’altare del Progresso infinito, inchiodate a una croce che porta in cima il simbolo della coppia binaria.
Il rosso e il verde alle sue spalle – colori opposti, massimamente in contrasto – creano intorno a lei un campo di tensione permanente: attrazione e repulsione, promessa e conflitto. Sul fondo, parole in tedesco evocano la logica perversa del Progresso di cui Innovazione è solo l’ultimo cascame: “Si deve fare tutto ciò che si può fare”.
Le Avanguardie sono finite da un pezzo e con esse anche la parentesi di autonomia dell’arte rispetto alla sua storica funzione di legittimazione religiosa e politica. Se il lavoro dell’artista non può più essere slegato dai meccanismi sempre più contorti di una società fondata sul mercato – salvo condannandosi all’oblio – può almeno mostrarne il funzionamento, proporre luoghi di vera riflessione e discussione. Può ancora resistere, continuando ad abitare lo spazio poetico e filosofico della complessità.
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