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A volte è necessaria l’accettazione

 

Giugno 2018

“A VOLTE è NECESSARIA L’ACCETTAZIONE. Di un’arte aspra, subdola, troppo vera da essere guardata. Così è Giusi Lorelli che mette in difficoltà il suo pubblico e lo pone davanti a una scelta di sguardi proibiti. Bisogna allenare l’occhio e concedergli il lusso di guardare, di non vergognarsi. Perché è forse questo quello che succede davanti a un’opera di Giusi: le maschere cadono e ci troviamo soli davanti a un oggetto che ci chiede di essere osservato attentamente.”

“HOWEVER, SOMETIMES ACCEPTANCE IS REQUIRED. Of a harsh, subtle art, too real to be looked at. So it is Giusi Lorelli who puts his audience in difficulty and places him before a choice of forbidden looks. You have to train the eye and give it the luxury of looking, not being ashamed. This happens in front of a work by Giusi: the masks fall and we are alone in front of an object that ask us to be carefully observed.”

Elena Sabattini per SensArt: Arte a Palazzo. IIa edizione

 

A volte è necessaria l’accettazione

ClickMagazine – Maggio2018

 

Maggio 2018

ClickMagazine, Culture&information&WebEvents 
n°49 May 2018
Cover + Interview

Leggi il n°49 di ClickMagazine online

 

ClickMagazine – Maggio2018

Rivoluzionario passo zero

 

Gennaio 2018

RIVOLUZIONARIO PASSO ZERO è il nome della raccolta che unisce i lavori prodotti tra il 2014 e il 2018 e sancisce la conclusione di una prima fase di ricerca. Riflettendo a posteriori sulle opere e sul vissuto di cui esse sono un distillato, credo che il filo rosso che le unisce possa essere definito come un abbandono progressivo di posizioni. Posizioni sicure ma pericolosamente fisse vengono lasciate, opera dopo opera, in favore dell’intuizione di una maniera fluida di stare dentro la realtà, accogliendone l’incerto, il rischioso e l’orribile come una materia viva da forgiare.  Caduto il ruolo dell’attualità o della cronaca come riferimento centrale di un’indagine, sono emersi invece quegli antefatti senza tempo che stanno sul fondo dell’animo di ognuno e che, sedimentandosi e sommandosi tra loro nel giusto tempo, liberano uno sguardo limpido e pertanto profondamente rivoluzionario sulle cose, lontano dalle trappole in cui cadono l’agitatore rabbioso, il fanatico e il semplice illuso.

 

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Rivoluzionario passo zero

Concept

 

Ottobre 2017

Il mio lavoro nasce dall’urto costante contro il mistero dell’esistenza, dalla necessità di contribuire a sciogliere un gigantesco nodo, dalla spinta che Werner Herzog ha chiamato la conquista dellinutile, dall’ambula ab intra degli alchimisti.

Le opere che ne fanno parte non si posano mai su questioni di attualità, non sviscerano fatti anzi sintetizzano il più possibile, tentando di mappare un percorso che sta sotto la superficie degli accadimenti e ne costituisce il flusso segreto. Sono come atomi che messi in fila e guardati da una certa distanza formano un corpo. Ho il ragionevole sospetto che quanto risulti chiaro ad un esame non somigli minimamente alla verità, ma sia piuttosto una somma di misurazioni, utili in circostanze ben precise e in fondo poco interessanti. Per tali motivi, la seguente serie di immagini non rispetta i criteri del progetto e ogni opera nasce da una scintilla diversa, percorrendo da sola un tratto del medesimo percorso.

Lo studio, l’esperienza e la tempesta emotiva che ne deriva non sono oggetto del lavoro bensì l’antefatto, che rimane privato e vissuto in disparte; ciò che mi sforzo di offrire, invece, è il frutto di questa fase, accuratamente spogliato di ogni tratto che riguardi me sola e anzi spinto più lontano possibile da quanto mi separa come individuo. Solo in questo modo, credo, tale frutto può contenere un seme prezioso per me e per i miei simili, con cui la condivisione profonda, e non l’immedesimazione superficiale, è un’istanza irrinunciabile.

 

My work originates in the eternal conflict with the mistery of existence, in the need to give my own contribution to untangle a big knot, in the push that Werner Herzog called the Conquest of the Useless, in the alchimists’ ambula ab intra.

All my images never talk about social or political matters, never analyze facts, on the contrary they synthesize as much as possible, and try to find a secret path underneath the events. They are like atoms that shape a body as you look at them from a distance. I have the reasonable suspect that what looks clear after a careful examination is not the same as the truth, it’s rather a sum of measurements which is useful just in pretty pragmatic circumstances. For that reasons all the images don’t run together as a project. Each one arises from a different spark and covers alone a part of a common path.

The theoretical investigation on one hand and the experience with its emotional storm on the other are not the subject of the work, they are the hidden background. What I try to offer is the outcome of that background, carefully cleaned up from every single feature just related with myself and that separates me from the world. I believe this is the only way to deeply share something precious, and not just identify with the surface of each other.

 

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Concept

La foto sulla schiena

 

Giugno 2013

Non ci sono atti creativi che contemporaneamente non siano anche politici.

Chi si avvicina a un mezzo espressivo non dovrebbe dimenticare che nel solo avvicinarsi esprime l’intento di agire creativamente. E per quanto da più parti si tenti di convincerci del contrario (e i risultati si vedono), agire creativamente non è un esercizio solipsistico-onanistico, che riguarda cioè solo se stessi e il cui frutto vada poi imposto al prossimo pretendendo la sua attenzione come un diritto. Non è neppure un agire finalizzato al comunicare questo o quel concetto, a meno che in un secondo momento non si decida in tal senso; la comunicazione sta su piano ben diverso e più ristretto rispetto a quello che tentiamo di approcciare in questa sede e di essa si occupano i pubblicitari, i giornalisti, i politici, i divulgatori di ogni sorta e i postini.

Agire creativamente significa innanzitutto concedersi la possibilità di essere liberi.

Quanti a questo punto asciugano una lacrima di commozione sentendosi perfettamente dentro alla questione dovrebbero convincersi del fatto che non stiamo recitando uno slogan, ma stiamo parlando di una cosa dannatamente difficile che, azzarderei quasi, si avvicina al senso di tutta una vita. Se tutti coloro che sognano di agire liberamente in fotografia si fermassero seriamente un attimo a riflettere su cosa questo comporti, capirebbero che il primo passo da fare sarebbe smettere di scattare, smettere di pubblicare, smettere di riprodurre compulsivamente foto già viste, foto comode, colori in voga, cliché vincenti ed emozioni da telegiornale; in poche parole dovrebbero smettere di prodigarsi a consolidare con tanto ardore e devozione la moda e tutto ciò che essa drammaticamente implica.

Sarebbe forse il caso di tornare a essere timidi.

Agire creativamente, in fotografia come in qualunque altro ambito espressivo, significa essere onesti fino al midollo, cercare l’impossibile, adorare l’inutile, avere costantemente “fame”. In fotografia più che in altri ambiti, e in questi anni più di prima, significa imparare a selezionare, a non mostrare, a buttare via. La deriva tecnologica che soffoca a dire il vero tutta la cultura con quell’insopportabile mito delle mille e una possibilità a portata di mano, ha rintronato tutti a tal punto che pare nessuno abbia più il fegato di prendere una posizione e darsi un limite, come se restringere il proprio campo d’azione fosse un’aperta ammissione di inettitudine. La verità è ben diversa. La verità è che delle mille e una possibilità che la tecnologia ci offre non sappiamo che farne nel momento in cui non sappiamo cosa significhi concedersi la possibilità di essere liberi.

Se sapessimo con sufficiente chiarezza qual è la nostra grande domanda sapremmo sfruttare i mezzi a nostra disposizione con l’abilità necessaria quantomeno a non esserne sopraffatti. Sapremmo ad esempio che piangere su un passato artigianale affibbiandogli contorni quasi mitici non basta a liberarci dal problema, e anzi ci rende ottusi; sapremmo capire quando il bianconero salva appena una nostra immagine dal cestino dell’immondizia e quando invece è la “pelle” della nostra fotografia; sapremmo che dieci scatti non sono dieci foto; sapremmo insomma che il nocciolo del problema è sempre lo stesso, ed è quel qualcosa di incomunicabile che non sta nello strumento ma nella consapevolezza di chi lo utilizza.

E come si fa a fare tutto questo? Come si fa a conoscere la propria grande domanda e ad agire creativamente? Mi sono già espressa su quello che secondo me è il primo inevitabile passo: smettere di agire se non si conosce la domanda. Darsi un freno quando la creatività non parte da un presupposto di assoluta onestà è l’unica arma contro quella catastrofica conseguenza che il nostro fare coatto ha sugli altri, ovvero la noia o, ancor peggio, l’assuefazione. Perché desidero ripeterlo: nessun atto creativo è senza conseguenze sui nostri simili e quindi se non sarà in grado di accenderne la vitalità, cosa che sarebbe auspicabile, potrà essere capace di fare il contrario.

Poi il secondo passo: guardare le opere altrui, conoscerne quante più possibile, capire da dove vengono, quando sono nate, in che contesto e quale problema affrontano. Bisogna lasciarsi ispirare dalle intuizioni e dai limiti di chi ci ha preceduto, bisogna amare chi si è dato senza condizioni e detestare chi ha tradito per trenta denari, bisogna permettere alle opere di stuzzicarci fino all’incendio, fino a che tutto ciò che resta di noi è piacere e passione senza limiti. Bisogna poi andare a fondo e capire quali dettagli, nei lavori che abbiamo amato, hanno compromesso a tal punto il nostro equilibrio da darci un nuovo slancio e perché l’hanno fatto, e infine portarceli via fino a che un numero imprecisato di dettagli rubati costruirà la nostra grande domanda.

Non nascondo di sentirmi un po’ in imbarazzo a dire che bisogna studiare, ma uno stuolo preoccupante di artisti visivi che non guardano, di scrittori che non leggono e di critici che non criticano mi fa pensare che non sia del tutto superfluo. Forse tendiamo a fare confusione tra istruzione e cultura. E in effetti sarebbe più corretto da parte mia dire che bisogna lasciarsi appassionare (e non solo da se stessi), cosa che attiene molto di più al farsi una cultura che non al farsi un’istruzione. Di certo fermarsi a smascherare uno ad uno gli inganni che gli innumerevoli cliché commerciali ci propinano insieme a propagande di un ogni tipo risulta indispensabile. Intraprendere questa via, solo apparentemente statica, può far sì che le nostre immagini stiano sulla schiena come un desiderio invincibile, un bisogno di appagamento che va oltre ogni comune senso della misura e della percezione di se stessi, e non come uno zaino carico di pietre. O peggio come certe proverbiali tegole che ti cascano addosso quando meno te lo aspetti.

 

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La foto sulla schiena

Studi2012. Un nuovo scopo

 

Novembre 2012

Cosa in un’opera d’arte suscita in me una meraviglia tale da ridurmi al silenzio? Cosa non può essere descritto a parole, comunicato, trasmesso, se non con la gioia degli occhi? Non la semplice emozione contenuta nell’opera. Non la bellezza oggettiva della realtà che in essa è ritratta. E neppure la perfezione di forme che dalla realtà si astraggono programmaticamente. Il silenzio di cui parlo è un silenzio vibrante, è la quiete della propria identità che cessa di riversarsi sull’opera per giudicarla o anche solo per cercare di spiegarla. È un silenzio in cui non ci si riconosce, ma con cui si riconquista un piano di sé dimenticato. È il silenzio di fronte alla scoperta che nell’opera è possibile esprimere l’oggettività del mondo su un piano di coscienza ulteriore. Ciò può voler dire intervenire pesantemente sul soggetto, sui suoi colori e sulle sue proporzioni, nel tentativo di restituirgli una nuova forma, mai irriconoscibile rispetto a quella di partenza, ma semmai libera da nessi logici ed emotivi che ingabbiano il senso profondo e occulto delle cose. Non mi interessa la capacità insita nella fotografia di mostrare il tempo fermo. Mi interessa invece stressare la sua oggettività strutturale per capire se è possibile ritrarre il mondo e contemporaneamente perdere tutti i legami con esso. Mi interessa trovare il modo di ingannare l’osservatore e farlo entrare senza che se ne accorga nel territorio dell’inconcepibile, del sogno lucido, liberarlo dall’angosciante onnipresenza della realtà così-com’è. Mi interessa trovare una via perché ciò accada senza che tutto crolli sotto le macerie di un giochino linguistico o di un’astrazione matematica. Scoprire quali siano i nessi da infrangere, gli elementi da non considerare più, quali invece siano i significati più profondi da conservare, come si esprimano al meglio, con quali colori e con quali contrasti, ha impegnato significativamente la mia ricerca nell’ultimo anno e mezzo. L’evidente cambiamento di rotta che ha portato da Toros de Lidia del 2009 agli Studi 2012 è il risultato imprescindibile di queste scoperte. Da un certo momento in poi l’idea di fotografia di strada com’ero abituata a concepirla si frantumata e da lì è nata l’esigenza di una nuova strada per affrontare la ricerca di una tecnica nuova, un metodo che mi consentisse di trovare l’anima nascosta di un’immagine per strapparla a quell’oggettività che negli anni mi ha così tanto esasperato.

Queste sono, a dire il vero, le battute iniziali della ricerca. Da queste prime opere raccolte sotto il nome di Studi 2012 parte ufficialmente un’indagine, con tutte le sue contraddizioni e le sue paure.

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Studi2012. Un nuovo scopo

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